sabato 16 dicembre 2017

Lectio Divina - III Domenica di Avvento



La Lectio Divina è tratta dal libro
"Lectio Divina" (2016), Ed. Vita Carmelitana
P. Anastasio Francesco Filieri O Carm
Commento filatelico dell'Avv.to Francesco Gatto


III Domenica di Avvento - Anno B
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv. 1,6-8,19-28)

6 Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. 7 Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. 19 E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Chi sei tu?”. 20 Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”. 21 Allora gli chiesero: “Che cosa dunque? Sei Elia?”. Rispose: “Non lo sono”. “Sei tu il profeta?”. Rispose: “No”. 22 Gli dissero dunque: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. 23 Rispose: ”Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”. 24 Essi erano stati mandati da parte dei farisei. 25 Lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”. 26 Giovanni rispose loro: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27 uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo”. 28 Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Breve esegesi 

Mentre è presentata la figura di Giovanni Battista, precursore del Messia, lo stesso si pone come figura antitetica a Cristo. Giovanni è l’uomo mandato da Dio perché tutti credessero per mezzo di lui, nell'atteso Messia. La testimonianza di Giovanni è ufficiale, perché resa davanti a sacerdoti e leviti, custodi del tempio. 
Molti lo configuravano all'atteso Messia, che mediante il battesimo avrebbe inaugurato i tempi nuovi. E’ testimonianza attestante ciò che lui è o ciò che non è. Non è il Messia, è solo via che conduce al Messia. La comunità degli Esseni, facendo proprio il testo del Deuteronomio, si attribuisce la missione di preparare l’avvento del Messia. Chiamare il Messia Signore è affermare la divinità, nell'accezione veterotestamentaria. 
Il battesimo in acqua di Giovanni è figura di quello nello Spirito Santo, che sarà dato da chi in incognito è in mezzo al popolo. Per proclamare la superiorità del Messia, Giovanni manifesta l’inferiorità del suo ruolo, configurabile a quello degli schiavi, che sciolgono i legacci dei sandali ai piedi dei loro padroni, di ritorno da un viaggio. Era l’espressione di maggiore umiltà, virtù del timore di Dio, del chi sono e chi è Lui.

Meditazione pregata 

Cristo Gesù, di Giovanni Battista hai detto che “tra i nati da donna non vi è stato alcuno più grande”. E lui mi è posto a modello dell’attesa della tua venuta nella carne; lui scarno ed essenziale nello stile di vita, identificato per quello che significa e offre da vivere il deserto, il luogo che mi porta a ricercarti, tolti i tanti fronzoli di cui è intrecciata la mia vita, per tendere all’essenziale, a te che sei la pienezza dell’essere. Ora ti cali nel tempo, nella storia, ti fai piccolo. Non ho l’animo di fare mia la condizione di Giovanni, incapace come sono di un tale tuffo da sovvertire il mio stile di vita, ma fammi continuamente discernere la vera utilità e bontà delle cose che posseggo, per allontanarmi da quelle che non sono pane e non danno vita. Quante adulterazioni del vero, dell’essenziale, quanto parlare e subito pentirmi per quanto detto, quanto rendere povera, inutile una giornata, quanto conformarmi per non essere da meno di altri. È il vuoto, e certo vuoto è insopportabile anche al mio sentire. Solo Tu, Signore, dai senso alle mie cose, alle mie movenze, alla mia vita. L’uomo di Dio, Giovanni, me lo poni accanto nell’attesa del tuo avvento nella carne. Mi è coscienza critica per il mio essere, pensare e agire, me lo poni come chiodo dentro di me per la conversione, il ritorno a te. Un altro, che non ti conosceva, andava girando con la lanterna per cercare l’uomo, e non lo trovò. Tu, dicendo di Giovanni che non è una canna sbattuta dal vento, ci fai capire tante cose: di essere uomini con una statura e dirittura morale forte, e solo da te attingere movenze. L’Avvento è il tempo forte che la liturgia ci dona per andare incontro a te che vieni, per questo ringraziamo la santa madre Chiesa che ci dispiega il tempo e il modo per vivere il grande evento.

Per la vita 

A Giovanni viene chiesto da parte delle autorità del tempio, preposti a qualsiasi forma liturgica, con quale autorità conferisse il battesimo. E’ configurabile a quanto avviene nelle nostre comunità, in cui qualsiasi forma di impegno, volta al bene e al servizio dei più deve essere autorizzata. “Bonum est diffusivum sui”, affermava la scolastica, il bene si diffonde, si espande di per sè, non ha bisogno di autorizzazioni. Gesù rimprovera i discepoli perché erano gelosi che altri scacciavano i demoni nel suo nome, e ordinò di non impedirlo. Soffrire di gelosia nei confronti di quanti operano per il bene è segno di meschinità, di non amore per il bene. L’umiltà dà credibilità, Giovanni è l’esemplare. Il tuo servizio è teso al bene dei più o attendi l’altrui gratificazione? Il Battista mette a confronto l’acqua e lo Spirito Santo, dirà: “Bisogna che lui cresca e io scompaia”. Nell’esperienza personale di Dio fai riferimento a colui che è l’eterno, l’assoluto, il tuo essere nella carne, nel tempo? L’acqua battesimale di Giovanni è configurabile all’acqua lustrale, all’aspersione penitenziale. Fa risuonare in te il salmo:” Purificami o Signore, crea in me, o Dio, un cuore puro, non cacciarmi lontano dal tuo volto”?


sabato 9 dicembre 2017

Lectio Divina - II Domenica di Avvento



La Lectio Divina è tratta dal libro
"Lectio Divina" (2016), Ed. Vita Carmelitana
P. Anastasio Francesco Filieri O Carm
Commento filatelico dell'Avv.to Francesco Gatto


II domenica di Avvento - Anno B Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 1,1-8)


1 Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. 2 Come è scritto nel profeta Isaia: ”Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. 3 Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”, 4 si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. 5 Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6 Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico 7 e predicava: “Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. 8 Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo”.

Breve esegesi 

Il testo di Marco ci accompagnerà per tutto l’arco dell’anno, per configurarci e conformarci al percorso di vita di Gesù. Non è un libro, bensì la buona novella, il gioioso annunzio che il Figlio di Dio è venuto a portarci, frutto “dell’insegnamento degli apostoli”, di cui i primi cristiani erano assidui nell'ascolto. L’apertura è del Vecchio Testamento, con l’ascolto di Isaia che profeticamente accompagnerà il nostro avvento, ma preclude al Nuovo con Giovanni, mandato dal Padre ad annunziare la venuta del Cristo Messia, che inaugurerà “cieli nuovi e terra nuova”. La metafora, la similitudine della strada e dei sentieri, è il segno del convergere verso il Cristo Messia, togliendo ostacoli e rendendo piana la strada per andar incontro a lui che viene. Il battesimo di Giovanni è segno di purificazione del battezzato, il battesimo di “colui che verrà” è infusione dello Spirito Santo, con cui si è unti, consacrati, conformati a Cristo. Il battesimo di Giovanni è opera dell’uomo: immersione in acqua, emersione e confessione pubblica dei peccati, segno di purificazione e conversione, per andare incontro a “Colui che viene”. E’ anche il nostro cammino d’avvento andare incontro al Figlio di Dio Incarnato.

Meditazione pregata 

“Se uno non nasce da acqua e Spirito Santo, non può far parte del Regno di Dio”. E Tu mi hai introdotto in questo Regno che è amore, giustizia, verità, pace, santità; anticipazione e partecipazione del tuo essere, Cristo Signore. Però mi chiedi continuamente di accogliere, rivivere, fare memoria di questo tuo dono, orientandomi a una continua conversione. Mi doni la gioia di sempre rincontrarti quando faccio esperienza delle mie fragilità. Penitenza, conversione, metanoia, non mi siano forzature, strettoie, ove dover passare per ritrovarti. Il deserto e Giovanni con il loro forte richiamo e impegno a fare frutti degni di penitenza, siano il tunnel da attraversare, in fondo al quale splende quella tua luce che illumina ogni uomo. Giovanni non è la luce, ma mi aiuta a portarmi nella tua luce. Lui battezza nell’acqua penitenziale e prospetta il battesimo nello Spirito Santo. Mediante lo stesso sono stato a te consacrato, come tu dal Padre; segnato indelebilmente nell’appartenenza al gregge, che Tu conduci per i pascoli ubertosi della tua grazia. Sono stato inserito nel tuo sacerdozio, nel tuo Regno, e mi è stato concesso il dono di parlare nel tuo nome, come i profeti. Sollecitato dai profeti, che ti hanno preannunziato, mi unisco al loro coro e ti dico: vieni e non tardare. Senza la tua luce vado avanti a tentoni, come nelle tenebre. Se mi hai dato la gioia di incontrarti, fa’ che non mi allontani mai dalla tua presenza. Per incontrarmi ti sei incarnato, fatto come uno di noi, soggetto al patire e allo sconforto. Tu non farmi sentire il peso del tuo amore, del tuo farti dono, perché in te, a differenza di noi che siamo mortali, l’amore è puro dono. E’ un richiamami ad amare come Tu mi hai amato, facendomi dono continuo nel servizio ai fratelli.

Per la vita 

Il quaresimale convertitevi e credete al Vangelo, è per coloro che, mediante il battesimo sono stati conformati a Cristo. Il battesimo di Giovanni ci raccorda con l’Antico Testamento, facendo risuonare la voce dei profeti, di cui lo stesso Giovanni è l’ultimo. Raccordarci con Giovanni e la sua predicazione è vivere il catecumenato, non per essere nuovamente battezzati, ma per un percorso di ascolto della Parola, configurandoci ai giudei che vivevano l’attesa del Messia,per incontrare colui che verrà a visitarci. Quale rapporto hai con la Parola, con i libri profetici, sapienziali? Un percorso di ascolto ci farebbe mettere in sintonia con lo spirito dell’Avvento. Lo stesso Vangelo di Marco inizia con il riferimento alla Parola di Dio, tratta dal profeta Isaia, il profeta che più prospetta l’avvento del Cristo Messia. Perché dai importanza e attenzione nella S. Messa all’omelia del sacerdote, che è parola di uomini e trascuri la quotidiana proclamazione della Parola di Dio e la Parola del Signore? Apri la Bibbia a casa? L’avvento ti prepara al Natale. Come Giovanni sai ritirarti nel deserto, trovare spazi di silenzio in cui Lui ti parla? Quanto attendi all’unione con Dio, per incontrare colui che verrà? 


sabato 2 dicembre 2017

Lectio Divina - I Domenica di Avvento



La Lectio Divina è tratta dal libro
"Lectio Divina" (2016), Ed. Vita Carmelitana
P. Anastasio Francesco Filieri O Carm
Commento filatelico dell'Avv.to Francesco Gatto



I domenica di Avvento - Anno B
Dal Vangelo secondo Marco
(Mc. 13,33-37)

33 State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. 34 È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. 35 Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, 36 perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. 37 Quello che dico a voi, lo dico a tutti: “Vegliate” !

Breve esegesi

Con questa prima domenica dell’avvento nella carne di Cristo Signore, ci apprestiamo a celebrare il suo Natale. Per tutto l’anno saremo accompagnati, nell'andare incontro a Cristo che viene, dal Vangelo di Marco. La prima lettura dell’anno ci fa impetrare con Isaia:” Se tu squarciassi i cieli e discendessi”. Noi attendiamo il Messia. Lui fa dell’uomo cose nuove. All'uomo, distratto da tante valide o futili motivazioni e occupazioni, giunge pressante l’invito a vigilare, a non lasciarsi andare, a stare attenti, per rendere ragione del proprio operato, della propria vita. L’attenta vigilanza è motivata dall'ignoranza dell’arrivo del padrone. Lo “stare svegli” è motivo di fedeltà, che alimenta la speranza dell’incontro. Ogni momento del giorno potrebbe essere quello giusto dell’arrivo del padrone e, nello stesso tempo, del trovarsi fedeli e vigilanti, o meno. Cristo, nel non conoscere l’ora, si assume prerogative sia umane che divine, che riprenderà dopo la resurrezione. La vicenda umana è sotto la signoria di Dio, che raggiunge il suo culmine con la venuta del Figlio dell’uomo.

Meditazione pregata 

Pressante, Signore, il tuo invito a essere vigilanti, onde rendere la mia vita conforme al tuo volere. Grande anche il desiderio che si compia in me il tuo volere. Ma Tu non stare da me lontano, ispira la mia vita, riempi gli spazi dei miei pensieri, forgia il mio agire; poiché nella carne sono nato e la caducità mi è sorella. Fa’ che ti sia presente e accanto, come Maria e Marta, per ascoltarti e agire alla tua presenza. Tu non starmi lontano, il tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto. La mia speranza, la mia salvezza, la mia gioia sei Tu. Ti ripeto, non cacciarmi lontano dal tuo Santo Spirito. Fa’ che sia sempre contento per l’attesa della tua venuta, che ti incontri nella gioia, come una sposa incontra lo sposo che viene da lontano. Perché dovrei temere la tua venuta? Nella mia vita non ti ho sempre cercato; però mi hai concesso la possibilità di riconciliarmi, di ritrovare la gioia di vita nello Spirito, pur rimanendo nella fragilità della mia condizione umana. Nell’esperienza della stessa ho sperimentato il tuo perdono, la tua misericordia, il tuo amore. Mi hai dato di sperimentare, come te nel Getsemani, quanto lo spirito è pronto ad assecondare il tuo volere e quanto debole la mia carne. E come te, donami di essere sempre vigilante nella preghiera, nel dialogo aperto con te. Da ultimo, donami la gioia della conversione in questo Avvento, del ritorno a te, quando le mie fragilità prendono il sopravvento sulla fedeltà a te e al tuo Vangelo. Il richiamo di Giovanni a fare frutti degni di penitenza, per andare incontro a te che vieni, mi trovi umile, pentito e gioioso nel desiderio di incontrare te che vieni. Voglio sentirmi figliol prodigo che va incontro al padre, mentre vede lo stesso corrergli incontro, sicuro di ricevere il suo perdono e il suo abbraccio.

Per la vita 

Il cristiano è colui che attende con amore la manifestazione di Cristo Signore, come dato esistenziale, in lui, nella storia, alla fine dei tempi. E’ sempre un andare incontro a lui che viene tra noi e anche in noi, nella conformità all'apostolo Paolo: “Il mio vivere è Cristo”. La necessità di incontrare Cristo Gesù, è configurabile all'esortazione di Gesù nel Getsemani, ai suoi discepoli:”Vegliate e pregate per non cadere in tentazione”. E’ facile essere assopiti, senza forti stimoli interiori, senza una fede viva e vissuta. Erano assopiti i suoi discepoli, e rimasero assopiti, disattenti a condividere la sua sorte imminente. A nulla valse il monito del Maestro. Per questo l’invito pressante ad essere vigilanti, a non lasciarsi andare. Quanto la Parola di Dio, Cristo e il suo Vangelo ti fa destare dal sonno dell’infedeltà, dal momento pigro di vita di fede? “E’ disceso dal cielo e si è incarnato”. Siamo chiamati a vivere nella fede il mistero della incarnazione. Il Natale è il dono del Padre all'umanità:”Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio”. E’ questo il dono che attendi? I festoni e le luci che dispiegherai, i doni natalizi che darai, avranno il vero senso della gioia del dono?


venerdì 24 novembre 2017

Lectio Divina - Solennità di Cristo Re dell'Universo



La Lectio Divina è tratta dal libro
"Lectio Divina" (2016), Ed. Vita Carmelitana
P. Anastasio Francesco Filieri O Carm
Commento filatelico dell'Avv.to Francesco Gatto



Solennità di Cristo Re dell’universo - Anno A Dal Vangelo secondo Matteo
(Mt. 25,31-46)

31 Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. 37 Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti”? 40 Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 44 Anch'essi allora risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito”? 45 Ma egli risponderà: “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.

Breve esegesi 

Il giudizio finale sarà sull'eredità del regno instaurato da Cristo, preparato fin dall'origine del mondo e dato a coloro che, nella vigile e operosa attesa, lo hanno incontrato. A differenza di quanti non lo hanno visto nel loro operare terreno, attenti solo a se stessi. La parusia, la venuta ultima di Cristo, è il giudizio sulla storia di ciascuno, appartenente a qualunque popolo: “Saranno radunate tutte le genti”. Cristo si presenta come giudice universale della storia di ogni uomo. Separerà le pecore dai capri, le prime alla sua destra e i secondi alla sua sinistra, lontani da Dio. Nella simbologia biblica le pecore sono guidate dal pastore Dio, mentre i capri sono, pieni di peccati, sacrificati o allontanati. Il sommo sacerdote, nel giorno dell’espiazione (Kippur), poneva le sue mani sul capro, segno dei peccati del popolo e lo rimandava nel deserto. Era il capro espiatorio. L’altro capro veniva sacrificato sull’altare del tempio, per espiazione. Il giudizio sarà sulle opere di misericordia che realizzano il precetto dell’amore verso i piccoli, verso quanti meno hanno e soffrono le contingenze avverse della vita. Sarà anche per quanti non hanno conosciuto Dio, ma hanno impressa nel cuore la legge naturale.

Meditazione pregata 

“Il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto”. “Non cacciare nell'ira il tuo servo, donami la gioia di essere salvato”. Questa mia esistenza è tesa a ricercarti, a sentirti vivo e presente nella mia vita, a sperimentare quella gioia e quella pace che viene da te e che Tu solo puoi donarmi. Tu sai quanto ti cerco, quanto tendo a lasciarmi guidare dalla tua parola, dal tuo Santo Spirito. Ma il tuo servo Davide ha affermato che nel peccato è stato concepito. E tra il tendere a te e sperimentare che nella carne sono nato, spesso si squilibra la bilancia. Non avrai forse tu pietà del tuo servo, non hai versato il tuo sangue per la remissione delle mie fragilità? Distogli, dunque, lo sguardo dai miei peccati. Sai che, come Pietro, potrei ripeterti più volte “Tu sai, Signore, che ti amo”. Tu sai che in te ho posto la speranza della mia vita. Non allontanarti, “non cacciare nell’ira il tuo servo, il mio aiuto sei Tu”. Sii luce nel mio cammino. Guida i miei passi, perché possa incontrarti negli umiliati dalla vita, nel disoccupato che mi vuole coinvolgere nel trovare lavoro, nella vedova sola e sofferente che vuole essere ascoltata per raccontarmi le sue pene, le sue angosce, nella madre mortificata dal divorzio di sua figlia, che rinchiude in seno, silenziosa, tanta sofferenza. Fa’, o Signore, che possa condividere le sofferenze altrui e Tu, malgrado le mie miserie, non allontanarti da me, donami un supplemento d’amore, perché anche io accompagni quanti vivono nella sofferenza. E al termine di questo mio viaggio terreno riconoscimi, almeno per quanto ti ho cercato, e dammi di partecipare del tuo amore nel Tuo Regno, che non avrà mai fine. Come in questa mia esistenza ho cercato, sia pure nelle mie fragilità, di tenermi inserito nel Tuo Regno, così fa’ che questo lo possa ottenere in pienezza, come hai promesso, a quanti si sono posti alla tua sequela.

Per la vita 

Alla fine dei tempi saremo giudicati sull’amore, il comandamento che Cristo Gesù ha posto al capolinea della vita del credente. Ogni movenza, ogni modo di essere, pensare e agire è animato dall’amore verso Dio e il prossimo. Ciò è possibile se si fa l’esperienza dell’amore di Dio: “Chiunque ama è generato da Dio, perché Dio è amore”. La vita del credente ha un’unica prospettiva: incontrare Cristo nell’esperienza storica dell’amore vissuto, dell’esperienza della sua misericordia riversata sugli uomini e della sua venuta ultima. Il sacerdote e il levita della parabola del buon samaritano erano attenti, nell’andare al tempio per il servizio, lasciando il giudeo semimorto, visto lungo la strada. Un modo subdolo di credere di dover attendere a Dio in servizi più elevati. Il servizio fatto a Dio, Cristo Gesù lo identifica nel prossimo sofferente. E’ la prospettiva costante della tua vita di fede operosa? E’ l’amore di Dio la tua ricompensa? Quale rapporto hai con quanti non credono, ma operano con giustizia e verità, virtù evangeliche che non sempre esercitiamo? L’inferno sarà il bruciarsi dentro perché ci sarà sottratta la visione beatifica di Dio: “Via lontano da me”.






venerdì 17 novembre 2017

Lectio Divina - XXXIII Domenica Tempo Ordinario



La Lectio Divina è tratta dal libro
"Lectio Divina" (2016), Ed. Vita Carmelitana
P. Anastasio Francesco Filieri O Carm
Commento filatelico dell'Avv.to Francesco Gatto


XXXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A Dal Vangelo secondo Matteo
(Mt. 25,14-30)


14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 16 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. 21 ”Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due”. 23”Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo”. 26 Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Breve esegesi 
La parabola ha una dimensione ecclesiologia. Si riferisce al Cristo che, salendo al Padre, ha dato ai suoi, al suo popolo dei talenti, dei carismi, che sono i doni del regno. Nell'attesa della sua venuta questi doni devono fruttificare. L’uomo della parabola è Cristo, che in procinto di salire al Padre, lascia alla sua Chiesa i beni del regno, frutto del suo annunzio evangelico, del suo evento pasquale. La operosità viene premiata, il disimpegno punito. Il monito vale soprattutto per chi ha responsabilità nella comunità, nella chiesa. I doni che Cristo ha dato, nello Spirito Santo, sono finalizzati al possesso del regno e al servizio dei fratelli. Sono i doni che il risorto ha promesso ai suoi. A ciascuno è dato secondo la capacità, segno della volontà di stimolare le potenzialità date a ciascuno, che la grazia divina rende efficaci. Il tempo va dall'ascensione di Cristo al suo ritorno. Per la Chiesa e per il cristiano il tempo è l’arco della vita. Il servo infingardo non è soltanto colui che compie il male, ma anche colui che non compie il bene, che si ristagna, pigro, nel suo mondo.

Meditazione pregata 
Signore Gesù, mi hai amato fino al dono della tua vita per redimermi e salvarmi e chiedi di far fruttificare quanto hai operato per la costruzione del tuo Regno in me. Mediante lo Spirito Santo, che hai affermato ci insegnerà ogni cosa, fa’ che venga a conoscenza e prenda coscienza dei carismi che mi hai donato, per investirli e ottenere la partecipazione al tuo Regno. Fa’ che non abbia a trovarmi, quando mi presenterò per l’incontro finale, a mani vuote, pigro e trascurato nel far fruttificare i tuoi doni: le potenzialità umane, come i beni della tua grazia, donati ad opera della tua redenzione; ma abbia a presentarti il mio vivere come attesa di entrare a far parte, per l’eternità, del tuo Regno. Il tuo non è configurabile a un regno di questo mondo, perché è un Regno di amore, di giustizia, di verità, di pace, di santità. Un Regno di amore che i tuoi apostoli hanno da te appreso che c’è più gioia nel dare che nel ricevere, e Tu sei il dono che il Padre ha fatto a noi, incarnandoti. Un regno di giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei, e tende a te in santità e verità. Regno di verità, come hai affermato dinanzi a Ponzio Pilato, cui hai dato la tua bella testimonianza: “Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”. Regno di pace e non è quella pace che dà il mondo, densa di compromessi, perché supera ogni umano sentire. E’pace donata da te risorto, insieme allo Spirito Santo. Regno di santità, perché io tenda a te che sei il Santo. E infine non permettere che venga trovato tra i reprobi quando, ultimato il mio pellegrinaggio terreno, mi presenterò avanti al tuo volto per essere da te giudicato. Mi riempirai di gioia infinita. Il tuo volto Signore ho sempre cercato e ti ho pregato di non distogliermi dalla tua presenza, per amore del tuo Santo Spirito.

Per la vita 
A conclusione dell’anno liturgico il Vangelo ci invita a rendere ragione della vita, per l’esercizio dei carismi, delle capacità positive naturali, caratteriali che il creatore ci ha immesso per continuare la sua opera creatrice, con il soffio del suo spirito, con l’averci creati a sua immagine e somiglianza. Il riferimento dei talenti, dei carismi, vale per la chiesa e per ogni cristiano, e per te. Prendere atto dei doni che Dio ci ha elargito, in qualsiasi modo e misura, ci dona la gioia di ringraziarlo e il dovere di esercitali con la gioia e la responsabilità assieme che pesa sulla nostra coscienza. Infingardo è un termine molto forte, ma evidenzia il pesante giudizio di fronte alla pigrizia di chi si racchiude nel suo piccolo mondo e non sa elaborare alcun intelligente dinamismo. Nell'atto di fede affermiamo che lo Spirito Santo è Signore e da la vita. Lui ispira il bene che possiamo e dobbiamo compiere per noi e per gli altri. La libertà che il Signore ci ha concesso è una forza dinamica creatrice. Dall'altra parte c’è chi usa i doni che Dio ci ha concesso per esaltarsi e contrapporsi. Ricordi le parole di Cristo …”E dopo che avete fatto tutte queste cose dichiaratevi servi inutili”? E’ sufficiente l’amore che riversa nel nostro cuore.


venerdì 10 novembre 2017

Lectio Divina - XXXII Domenica Tempo Ordinario



La Lectio Divina è tratta dal libro
"Lectio Divina" (2016), Ed. Vita Carmelitana
P. Anastasio Francesco Filieri O Carm
Commento filatelico dell'Avv.to Francesco Gatto


XXXII  Domenica del Tempo Ordinario - Anno A Dal Vangelo secondo Matteo
(Mt 25, 1-13)

1 Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. 2 Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; 4 le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. 5 Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. 6 A mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro”! 7 Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle sagge: “Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. 9 Ma le sagge risposero: “No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. 10 Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici”! 12 Ma egli rispose: “In verità vi dico: non vi conosco”. 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.


Breve esegesi 
La vita è configurata a un andare incontro allo sposo, al Cristo che viene, mantenendo la lampada della fede accesa. Gesù paragona il regno dei cieli, ancora una volta, a un banchetto nuziale. Entrare a far parte del regno dei cieli è come essere invitati a partecipare a un banchetto nuziale. Dallo tesso banchetto si può anche essere esclusi, se la lampada della fede è spenta. Per questo ritorna l’invito a essere attenti, vigilanti, a non lasciarsi andare. La parabola della venuta dello sposo è configurabile alla parusia, alla venuta ultima di Cristo, di cui non si conosce il giorno e l’ora. Nell’attesa bisogna avere sempre la lampada della fede, che genera le buone opere, accesa. Al grido che annunzia la venuta dello sposo, le spose sprovvedute, imprevidenti si trovano senza l’olio e con le lampade spente, segno della fede. La rinunzia delle vergini a non concederne alle stolte, esprime la responsabilità personale nel mantenere la lampada accesa, segno che non si può poggiare sugli altri. Bisogna essere predisposti in ogni momento al richiamo dell’incontro con lo sposo, senza pretendere che la porta sia aperta. Lo sposo non accetterà il richiamo delle vergini stolte, sprovviste di prudenza e sapienza, ad aprire la porta. 

Meditazione pregata 
“Vegliate!” è il tuo continuo monito, Cristo Gesù, perché abbiamo in ogni momento a rendere ragione di essere in te, nel tuo volere da compiere, quali buoni servitori, come sentinelle attente alla costruzione del tuo Regno in noi. Insistente il tuo richiamo alla vigilanza, conscio della nostra fragilità. Fa’ che abbiamo ad essere in te per coinvolgerti nel nostro pensare, nel nostro parlare, nel nostro agire, perché tutto corrisponda al tuo volere su di noi. Sia tutto questo la lampada accesa che hai voluto fosse sostenuta con l’olio della fede dalle dieci vergini che attendevano la venuta dello sposo; come quando busserai alla nostra porta. L’essere perseveranti, nella fede vissuta in te, sarà possibile per tuo dono. Hai promesso ai tuoi l’assistenza del tuo Santo Spirito per accompagnarci nel nostro cammino di fede in te, come ci dice l’inno liturgico: “Senza la tua forza nulla è nell’uomo”. Per suo mezzo assistici e difendici da quanto può insidiare il tuo volere su di noi. Fa’ che quella candela accesa consegnataci nel giorno in cui siamo stati inseriti in te mediante il battesimo, illumini sempre il nostro cammino, la nostra esistenza. Quella lampada sia sempre alimentata dall’essere in sintonia con la tua Parola. Quel cero acceso, da cui ha attinto luce la candela battesimale, lo ritroveremo in chiesa, quando ci chiamerai a far parte per sempre del tuo Regno: cero pasquale che illumina le tenebre ed è memoria della tua vittoria sulla morte. Fa’ che non abbiamo ad essere come le vergini imprudenti, che non hanno provveduto con costanza ad alimentare la lampada, pretendendo di alimentarla da quella altrui. Quando busseremo alla tua porta, fa’ che abbiamo a trovarla spalancata dalla lampada accesa, per un giubilo sponsale eterno e vedere te che ci accoglierai.

Per la vita
 L’approssimarsi della fine dell’anno liturgico ci consegna una parabola che ci invita ad essere sempre forniti di olio, per alimentare la lampada della fede, delle buone opere, da presentare allo sposo quando aprirà la porta per introdurci a far parte della festa nuziale nei cieli. Più che parabola è una allegoria che si presta a comporre l’immagine di andare incontro a Cristo, mantenendo la lampada della fede accesa, senza averla mai spenta. La vita si prospetta come un cammino tra le tenebre di questo mondo, facendoci luce con la lampada della fede. Lo spegnere la lampada è segno del lasciarsi andare, disattenti al richiamo della fede, di Cristo, del Vangelo, per prendersi pause, facendo propria la mentalità e l’agire di questo mondo. E’ il discorso della fedeltà a Cristo Gesù, alimentata dalla fede suscitata dall’ascolto della parola, dalla risonanza dello spirito di Cristo che vi inabita, dalla costanza dell’essere in lui. E’ il rendere ragione in ogni momento del nostro modo di essere e agire a lui, che viene incontro per aprirci le porte del regno.


venerdì 3 novembre 2017

Lectio Divina - XXXI Domenica Tempo Ordinario


XXXI Domenica del Tempo Ordinario - Anno A Dal Vangelo secondo Matteo
(Mt 23, 1-12)


1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2”Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; 6 amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.

Breve esegesi 

L’annunzio del Vangelo di Cristo è oggetto di contrasto da parte di gruppi che vedono messi in discussione i loro riferimenti religiosi, morali, sociali. Gesù si rivolge ai discepoli e alle folle per metterli in guardia dai maestri della legge che si sono assisi sulla cattedra di Mosè: il seggio di pietra nella sinagoga, ove erano assisi scribi e farisei che interpretavano e impartivano l’osservanza della legge. Gesù riconosce tale autorità, ma smaschera gli atteggiamenti consequenziali di vita:”Dicono e non fanno”, impongono rigide e insopportabili osservanze, pesi che loro non vogliono sollevare neppure con un dito. Hanno atteggiamenti da esteriori osservanti della legge, indossando i filatteri: rotoli della legge che avvolgono le braccia e posti anche sulla fronte, come anche le frange ai lati del vestito. Tutta esteriorità per essere ammirati dagli uomini ed essere chiamati rabbi:”Mio signore”. Gesù afferma che uno solo è il loro maestro. Pretendono onori, i primi posti nei banchetti e i saluti nelle piazze. Gesù contrappone i valori del regno: “Chi è maggiore, avendo autorità o altro, è posto al servizio degli altri”.

Meditazione pregata 

“Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce” hai affermato, Cristo Signore, dinanzi a Ponzio Pilato. La tua parola è parola di verità e il popolo ha attestato che parli con autorità, quella che è da Dio; parola di verità che libera l’uomo. “La verità vi farà liberi” hai, infatti, proclamato. Ma hai posto una condizione: essere tuoi discepoli, essere in te, nel tuo volere, alimentandoci allo Spirito di Verità. Nel contesto in cui sei vissuto hai incontrato altri che si attestavano maestri, usando la legge data da Dio, e, con i loro orpelli interpretativi, assoggettavano quanti volevano essere fedeli al volere del Padre; ma erano maestri lontani dallo Spirito di Dio e dallo Spirito di Verità che, hai affermato, “il mondo non può conoscere”. C’è sempre la tentazione di addomesticare, riportando a noi, le verità oggettive e da te rivelate. Al subdolo tentatore nel deserto, che riportava le parole del Padre, hai ammonito di non tentare il Signore Dio. Ci ammonisci di non sederci mai in cattedra, perché quella è solo tua, il Maestro. Ognuno di noi, inserito in te, Sacerdote, Re e Profeta, mediante il battesimo, è solo tuo strumento, per il mandato che ci hai conferito di essere tue membra e annunziatori del tuo Vangelo. E ci risuonano sempre nella mente le tue parole: “Dopo che avete fatto tutte queste cose, dichiaratevi servi inutili”. Sei Tu solo la nostra ricompensa, Tu ci riempi il cuore, Tu ci dai la gioia del donarci senza nulla pretendere se non la ricompensa di annunziare il tuo Regno: farne parte ed essere nel tuo amore. Il mondo in cui ci hai immessi è in alternativa alla tua Parola di Verità. Per questo hai pregato il Padre per noi. La fragilità della nostra condizione umana ci porta ad essere sempre in bilico tra servizio e potere, quando ci è dato di operare per gli altri. Attestaci nell'essere fedeli a te e al popolo di Dio.

Per la vita 

L’insegnamento di Cristo non può non avere una ripercussione nella vita reale della sua Chiesa, del suo popolo, delle sue dinamiche interne. C’è senz'altro nella Chiesa di Dio una eccessiva clericalizzazione. Il Concilio ha decretato che la Chiesa è il popolo di Dio adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Unità e diversità nella comunione. La chiesa come figura della Trinità. Composta da clero e laici, nella diversità dei ministeri, dei carismi, delle operazioni e, a modo della Trinità, nella comunione delle persone. Più ancora quando siamo stati consacrati a Cristo, con l’unzione crismale, mediante il battesimo, ci è stato detto che “siamo membra vive del suo corpo che è la Chiesa”. Quanto questa corresponsabilità tra battezzati è presente e visibile nella Chiesa di Dio? Il servizio nella chiesa di Dio implica l’essere liberi da se stessi, impressi dai valori del Vangelo, nella comunione dei membri, bandendo ogni forma di autoaffermazione. La carriera nel clero, l’autoaffermazione dei laici favorisce anomali comportamenti di autostima. Nella tua comunità è visibile l’essere popolo di Dio, nell'affermazione della varietà dei carismi, che sono e rimangono doni dello spirito?