venerdì 28 luglio 2017

Lectio Divina - XVII Domenica Tempo Ordinario


La Lectio Divina è tratta dal libro
"Lectio Divina" (2016), Ed. Vita Carmelitana
P. Anastasio Francesco Filieri O Carm
Commento filatelico dell'Avv.to Francesco Gatto


XVII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt. 13,44-52)

44 Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 45 Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. 47 Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48 Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49 Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 51 Avete capito tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”. 52 Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.

Breve esegesi 

La parabola è da ascriversi alla sequela da parte dei suoi discepoli e alla proclamazione del regno. L’acquisto della perla preziosa del regno di Dio richiede la gioiosa rinunzia alle perle di questo mondo. Con l’autorità della sua Parola Gesù ha posto al suo seguito i discepoli, che hanno individuato in lui il Cristo Messia, che avrebbe instaurato il suo regno. Hanno abbandonato affetti e lavoro per far parte di lui. In Cristo Gesù hanno come individuato il tesoro trovato nel campo, o la perla preziosa, che li ha portati a svendere le altre, sicuri di aver fatto un ottimo investimento. Al giovane ricco Gesù aveva fatto lo stesso invito, di vendere quanto possedeva per darlo ai poveri. Non aveva intravisto in Cristo e nel possesso del suo regno la pietra preziosa. Accogliere il Vangelo del regno determina, come per il pescatore, secernere i pesci buoni da quelli non commestibili, configurabile al giudizio finale, in cui si sarà introdotti a far parte o meno del regno. Allo stesso tempo a quanti si sono posti alla sua sequela sollecitati dall'autorità della sua chiamata, e dopo non hanno visto appagate le proprie attese, Gesù ha sentenziato: ”Chi ha posto mano all'aratro e si volta indietro, non è degno di me”.

Meditazione pregata 

Cristo Gesù, a conclusione della predicazione di Giovanni Battista, del quale “tra i nati da donna non vi è stato uno più grande”, hai ricevuto nel Giordano la proclamazione messianica: ”Questo è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo”. Hai preso il testimone da Giovanni che, in vista dell’incontro di “colui che avrebbe battezzato in Spirito Santo”, predicava un battesimo di penitenza per la conversione, il ritorno a Dio, e invitava ad andare incontro all’“Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Al popolo purificato dal battesimo di Giovanni, dopo la proclamazione messianica del Padre, sei andato per strade, villaggi e città a proclamare: “Convertitevi, il regno dei cieli è vicino”. Meravigliosa invenzione e creatura divina questo Regno, non assimilabile a un regno di questo mondo, anche se potrebbe far paura a qualche detentore del potere del tempo, come Erode. Cristo Signore, il Regno di Dio sei Tu e ne rendi partecipi quanti credono nel tuo nome, si pongono alla tua sequela, sperimentano la tua grazia in loro, già al presente, e in pienezza ne parteciperai, facendone prendere possesso nella vita del mondo che verrà, a quanti sono vissuti in te. Nel presente ci inviti a ricercare il tuo regno a modo dei predatori o dei vincitori di guerra, che nella terra nascondevano il bottino depredato. Il tesoro nascosto e ritrovato, la perla preziosa, di cui si entra in possesso svendendo tutte le altre, la pesca di cui si gettano in mare i pesci non commestibili e ci si nutre dei buoni, sono le similitudini con cui dispieghi la conoscenza del Regno e inviti alla scelta del tesoro nascosto, della perla preziosa e del pesce che nutre e dà la vita, buttando a mare quello non buono. Fa’ per tua grazia che, ora e sempre, non abbiamo mai a escluderci o a essere esclusi dal tuo Regno che è amore, verità, giustizia, pace, santità. Vita in te.

Per la vita 

Il seguire Cristo con cuore puro e retta coscienza è determinato da una interiore forte chiamata, per cui diveniamo capaci di svendere quanto ci offre questo mondo e, interiormente liberi, ci predisponiamo alla partecipazione al regno di Dio in noi. La forza di attrazione che Cristo Gesù esercita in noi è configurabile a quella degli apostoli che, abbandonate barche e reti, lo seguirono. Ci sono momenti di slancio nel conformarci a Cristo, a sperimentare l’interiore gioia di appartenergli, pur nel limite delle nostre forze e umane volontà. Come i suoi discepoli vengono tempi in cui siamo tentati di riprenderci quanto generosamente abbiamo offerto di noi stessi. Come loro chiederemo la gratificazione di sedere accanto a lui nel regno. Cosa pensi possa aiutarci a non indietreggiare, a proseguire nella fedeltà a lui e non porre mano all'aratro e guardare indietro? Anche se mantenere lo stesso standard di fede in lui non sempre è facile, poiché la fede poggia sulla persona, che ha le sue varie espressioni in fragili movenze. Come gli apostoli chiederemo al Signore di aumentare in noi la fede.


domenica 16 luglio 2017

16 Luglio - Solennità della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo


Novena a cura di P. Anastasio Francesco Filieri O Carm

Solennità della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo 



Nella sequenza o canto del Flos Carmeli, che i carmelitani da secoli rivolgono alla Madonna, è racchiuso tutto il patrimonio di fiducia e amore dei fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. Maria è il fiore del Carmelo, vite fiorita e splendore del cielo, dice il canto. In una terra pre-desertica, qual è il territorio israeliano, l’estesa altura del Monte Carmelo, con la sua coltura lussureggiante e bellezza è configurata a Maria: fiore, vite che fiorisce, cielo terso e splendente, e stella del mare conclude il canto. Perché il Monte Carmelo si affaccia sul Mare Mediterraneo. 

Stella Maris in latino, in ebraico e in arabo è la scritta della via che dal mare, in una chilometrica salita, conduce al Monte Carmelo. La realtà geografica del Carmelo, la sua fioritura, la sua bellezza è figura della Madonna, tanto che il Cantico dei Cantici, nell'elogiare la bellezza della sposa, dice:”Il tuo capo è come il Carmelo”. Questa espressione è riportata alla Madonna nella liturgia della festività. Il cuore della preghiera, dell’inno a Maria è:”Sii propizia ai carmelitani, o Stella del Mare”. La Santa Sede non voleva che gli ordini cavallereschi che avevano combattuto nelle crociate in Terrasanta, come l’ordine teutonico e tanti altri, avessero modo di espandersi in Europa. I carmelitani provenivano dalla Terrasanta. Di qui la difficoltà ad essere annoverati tra gli ordini religiosi mendicanti in Europa e approvare la loro Regola di Vita, formulata da Albero, Patriarca di Gerusalemme. I Carmelitani si rivolsero a Maria loro Madre:”Fiore del Carmelo, sii propizia a noi carmelitani o Stella del Mare”, come termina il canto. La Madonna apparve e donò lo scapolare, quale segno di protezione materna per i carmelitani. Dopo tanto e prolungato tergiversare la regola di vita dei carmelitani fu approvata dalla Santa Sede e l’ordine ebbe modo di espandersi in Occidente. Come abbiamo notato nei giorni precedenti, Maria apparve ai pastorelli di Fatima il 16 Luglio rivestita come Madonna del Carmine. Suor Lucia entrò in un monastero carmelitano e lì finì i suoi giorni. Inoltre l’ultima apparizione di Lourdes a Bernadette avvenne il 16 Luglio. Una coincidenza di apparizioni come conferma dell’apparizione della Madonna del Carmine con lo scapolare. 

I carmelitani hanno considerato Maria sorella e madre. Sorella perché li ha rivestiti di lei, del suo abito, e madre perché tale l’ha voluta Cristo Gesù sull'altare della croce, donandola a Giovanni e per lui a tutti noi. E nel cenacolo adunò fratelli e sorelle, discepoli e apostoli. In questa comunità di comunione in Cristo, è configurata la fraternità carmelitana. Il Monte Carmelo è il luogo ove Elia esercitò il suo ministero profetico, combattendo contro quanti volevano rompere l’alleanza con il Signore Dio di Israele: il re Acab, la regina sua moglie Gezabele, che aveva introdotto il culto del dio Baal e i profeti, da lei foraggiati. Il libro dei Re fa irrompere Elia nella storia di Israele mentre si pone di fronte al re:”Viva Dio, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando io lo comanderò”. Da notare che Elia fece questa drammatica affermazione al re, attestando di essere alla presenza di Dio. L’essere in Dio, alla sua presenza, ha affascinato tanti che lungo i secoli sono vissuti, quali figli di Elia, sul Monte Carmelo, nei segni della sua presenza: la grotta e la fonte di Elia, indica non solo il luogo materiale quale segno, quanto fonte ispirante eliana di vita in Dio. Elia fu perseguitato da Gezabele, si rifugiò presso il torrente Karit, andò in interra pagana, aiutò una donna per sovvenire alla carestia, ridonò la vita al figlio morto e dopo tre anni ritornò per una sfida sul Carmelo, tra lui e i falsi profeti. 

Dopo tre anni Elia invitò il re Acab a salire sulla cima del Monte e mandò il suo servo per vedere se apparisse la nube che allargandosi avrebbe bagnato,inondato di pioggia la terra. Dopo la settima volta una nube, che nella tradizione latina dice:”Quasi vestigium ominis”, quasi a forma d’uomo, si allargò e la pioggia cadde abbondante. In quella nube a immagine di uomo i pii carmelitani hanno pensato di poter intravedere la Madonna. Inoltre un’altra tradizione o leggenda vuole che la Madonna, come è salita al Tempio di Gerusalemme, sia salita sul Monte Carmelo, non lontano da Nazaret, in pellegrinaggio presso la grotta di Elia, il più grande dei profeti. Grotta di Elia appartenuta ai carmelitani, ma di cui si sono appropriati gli israeliani, facendone una sinagoga e dando il permesso ai carmelitani di celebrare l’Eucarestia nella grotta nelle festività di S. Elia e S. Eliseo. L’Oratorio era il cuore del Monastero sul Monte Carmelo, ove i frati si raccoglievano, come figli e fratelli di Maria nello sfondo della sua immagine, quasi a rappresentare il Cenacolo, ove raccolse, in preghiera, la chiesa nascente, nell'attesa che lo Spirito Santo infiammasse il Cenacolo per avviare l’evangelizzazione delle genti. 

L’identità Eliana e Mariana costituiscono il fondamento della vita e della spiritualità carmelitana: vivere alla presenza di Dio in unione mistica con lui, farsi servo della Parola e viver in conformità a Cristo, come Maria. Questi cardini formano l’eredità, la spiritualità carmelitana. L’amore verso Maria non è espresso in un vago sentimento, ma in una comunione di vita divina, mariana, come lei l’ha vissuta in Nazaret, in uno con il Figlio suo Gesù. L’esperienza di Maria con Gesù in Nazaret è l’esemplarità di vita in Cristo e vita mariana. La fusione di comunione tra loro e di loro nel volere del Padre costituisce la fonte della spiritualità carmelitana. Lo scapolare è il segno esterno che indica e ci riporta a vivere questo patrimonio di spiritualità. Diventa lo scapolare il segno e lo stimolo alla identità carmelitana. Lo scapolare è un sacramentale, a modo di sacramento, perché è un segno che ci riporta alla vita di Maria in Dio. Perché è segno della materna protezione di Maria su di noi.


sabato 15 luglio 2017

15 Luglio 2017 - Novena del Carmine


Novena a cura di P. Anastasio Francesco Filieri O Carm

NONO GIORNO
La famiglia carmelitana 


“Tutte le persone e gruppi istituzionali e non, che si ispirano alla regola di S. Alberto, alla sua tradizione e ai valori espressi nella spiritualità carmelitana, costituiscono oggi, nella chiesa, la Famiglia Carmelitana. Tali siamo noi frati carmelitani e i nostri confratelli della riforma teresiana, le monache dell’uno e dell’altro ramo, le congregazioni religiose aggregate, i Terz’Ordini secolari, gli istituti secolari, gli associati all’Ordine e quei movimenti che, pur non facendone parte giuridica, cercano ispirazioni e sostengo dalla sua spiritualità, e parimenti ogni uomo e donna attratti dai valori vissuti nel Carmelo”. Così le nostre costituzioni, in sintesi, esprimono l’appartenenza alla famiglia carmelitana: mediante l’adesione all’eredità spirituale dei carmelitani, mediante le varie forme di indossare lo scapolare, mediante l’adesione al patrimonio di valori spirituali del Carmelo. Quando l’Ordine Carmelitano si diffuse in occidente, i tanti che frequentavano chiese e monasteri, vollero spiritualmente condividere, come laici, la vita nel Carmelo e sentirsi in vario modo aggregati all’Ordine Carmelitano. Tra i primi furono quanti collaboravano alla vita e alla gestione del monastero o donavano i loro beni per l’edificazione o sostentamento di chiese e monasteri. Più ancora quanti partecipavano alla preghiera comune e ricevevano nutrimento spirituale di vita nel Carmelo. Il fenomeno dell’aggregazione dei laici (uomini e donne, singoli e gruppi), apparve nell’Ordine del Carmelo nella seconda metà del secolo XIII. 

In questo tempo l’Ordine Carmelitano si divise in vari gruppi: frati, sacerdoti e religiosi non chierici che attendevano ai vari servizi della chiesa e del convento. Le oblate, donne che vivevano la loro vita nella preghiera, nella meditazione e nello spirito del Carmelo. Subito dopo venne per loro la professione dei voti religiosi e successivamente la vita di clausura in un monastero, come consacrate. In contemplazione e isolate dal mondo. Dopo sono state associate le terziarie consacrate, celibi e nubili. A queste si unirono i mantellati, uomini che indossavano il mantello bianco, quale forma di aggregazione all’Ordine. Nel secolo XVI si ebbe questo quadro della famiglia carmelitana: religiosi, monache, donne appartenenti al Terz’Ordine Carmelitano, confratelli dal mantello bianco e iniziarono a sorgere anche le prime confraternite dello scapolare. Una nuova evoluzione si ebbe nell’aggregare uomini e donne nel Terz’Ordine Carmelitano e il sorgere delle confraternite dello scapolare, che ebbero una notevole diffusione. In questa delineazione si ebbe un forte movimento della vita carmelitana, specie con l’erezioni di confraternite aggregate alla chiesa carmelitana o aventi una loro chiesa e una loro vita spirituale di preghiera e di carità sociale: l’attenzione ai poveri e il seppellire i morti, specie nelle pestilenze, di qui le loro cappelle funerarie. 

Più importante di tutto, in questo contesto storico, è il vivere la spiritualità carmelitana: vita interiore nell’essere in Dio, conformità a Cristo Signore, avendo la Madonna come modello di vita in Cristo, rivestirsi dello scapolare, come rivestirsi delle virtù di Maria, la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, l’attenzione premurosa agli altri, nelle varie forme di carità. La partecipazione al carisma carmelitano pone, ieri come oggi, la questione dell’autonomia dei singoli gruppi che formano la famiglia carmelitana, che essendo tale, pur nell’autonomia giuridica, ecclesiale, nella distinzione, non possono non avere una unione nell’impegno comune, nella corresponsabilità ecclesiale, nella cooperazione e collaborazione complementare tra i vari membri della famiglia del Carmelo. Una comunione che non significa uniformità, ma fraternità che nel rispetto della pluralità esprima armonia e comunione ecclesiale e non isolamento o contrapposizione.

I Carmelitani sono sorti aggregando nella fraternità eremiti, pellegrini e crociati penitenti, di varie provenienze e culture per esser nella fraternità un cuor solo e un’anima sola. Di questa comunione ecclesiale e di unione nello spirito del Carmelo, i sacerdoti religiosi, il Terz’Ordine, le confraternite, devono dare testimonianza, come forma di evangelizzazione, facendo proprie le parole di Cristo Signore:”Perché vedano le vostre buone opere e rendano gloria al Padre che è nei cieli”. Alla base di tutto vi sia la formazione alla parola di Dio e alla spiritualità carmelitana. Non si può prescindere dalla conoscenza di quanti ci hanno preceduto e hanno fatto esperienza della vita in Dio, di quanti hanno fatto proprio lo spirito della regola carmelitana, espressa in questi cardini:”Vivere nell’ossequio a Cristo e Lui servire con cuore puro e retta coscienza”. 


E inoltre: “Meditare notte e giorno la Parola del Signore ed essere perseveranti nella preghiera”, avendo Maria modello di vita in Cristo e serva della Parola. Il riferimento è anche e soprattutto ai santi e ai mistici carmelitani, cui far riferimento, attendendo alla formazione e alla loro conformazione, mediante la formazione sistematica alla spiritualità carmelitana, mediante la conoscenza e l’approfondimento dei loro scritti, che non altro sono se non il vissuto dell’essere in Dio. Lo Scapolare di Maria sia il rivestirci di Lei, delle sue virtù, nella conformazione al piano di Dio su di Lei. 



venerdì 14 luglio 2017

14 Luglio 2017 - Novena del Carmine


Novena a cura di P. Anastasio Francesco Filieri O Carm


OTTAVO GIORNO 

La Madonna del Carmine e lo scapolare


Per noi carmelitani, che nutriamo l’amore e la devozione per Maria, non possiamo parlare di lei senza intrattenerci sul dono dello Scapolare, con cui ci ha dato di rivestirci di lei, di sentirci “fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”, come siamo denominati. Prima dell’apparizione di Maria e il suo dono dello Scapolare, i frati che erano sul Monte Carmelo celebravano la festa dell’Annunciazione di Maria. La Madonna che era in ascolto della Parola e mediante l’angelo si fa serva della Parola, era modello di vita e di intimità divina per i carmelitani. Maria si è fatta la serva del Signore per il disegno di Dio su di lei. Nell'ascolto e adesione alla Parola  si nutre la fede. La spiritualità carmelitana si nutriva, nella fede,  nel leggere, meditare e pregare incessantemente notte e giorno, dice la regola, la Parola del Signore e aggiunge:”Tutto quello che fate, fatelo sulla Parola del Signore”, inoltre:”La Parola di Dio dimori abbondantemente nel vostro cuore e sulla vostre labbra”. Maria lo ha espresso facendosi serva della Parola e inneggiando con il cantico del Magnificat al Suo Signore, inanellando passi biblici.  La Madonna è per i carmelitani il modello di vita in Cristo.  In un grande quadro nel museo di Cipro, che faceva parte del primo monastero fuori della Palestina, si vede Maria che apre il suo mantello e all'interno vi sono tantissimi carmelitani in piccolo, segno che prima del dono dello scapolare, sul monte Carmelo, i carmelitani si sentivano protetti e amati da Maria, tanto da sentirsi coperti dal suo manto. 
  
Questo mantello è premonitore del rapporto con Maria, che rivestirà del suo abito i carmelitani, mediante lo Scapolare. I carmelitani nell'espansione verso l’occidente non erano ben visti dalla Santa Sede. Gli ordini cavallereschi che provenivano dalla Palestina e avevano combattuto nelle crociate, non erano accettati fuori della stessa regione. Dovevano terminare la loro funzione nella chiesa. I carmelitani provenivano dalla Palestina ed erano configurati a questi ultimi. Per questo il rivolgersi di S. Simone Stok alla Madonna perché proteggesse i carmelitani e l’ordine fosse approvato dalla Santa Sede. La Madonna gli apparve donandogli lo scapolare, volle così  esprimere la sua protezione per l’ordine carmelitano  rivestendoli del suo abito.   Sappiamo molto bene che non sempre si è adusi credere alle apparizioni della Madonna.  A Fatima, tra le tante apparizioni, Maria è apparsa rivestita come Madonna del Monte Carmelo e Lucia è entrata e ha finito i suoi giorni in un monastero carmelitano. Inoltre l’ultima apparizione a Lourdes è avvenuta il 16 Luglio, e non è stato un fatto occasionale che la Madonna sia apparsa a Bernadette, nella sua ultima apparizione, il giorno della sua festività di Beata Vergine Maria del Monte Carmelo.  Se le due apparizioni sono state approvate dalla chiesa, queste confermano l’apparizione della Madonna del Carmine che ha donato a noi il suo abito. E rivestiti del suo abito intercederà presso il suo figlio per introdurci in paradiso. Avere l’abito di Maria significa essere rivestiti di lei, non solo perché lo si indossa, quanto perché si è conformati a lei, a quello che lei è stata, come figlia di Dio e per la intimità vissuta con il suo Figlio Gesù. 

L’abito di Maria, il rivestirci di Lei, l’indossarlo sulla nostra pelle, ci fa sentire che noi siamo intimamente uniti a lei. Rivestirsi dello Scapolare, indossare l’abito di Maria non è un fatto formale o un simbolo fine a se stesso, ma un richiamarci continuamente a lei, sentirla madre e protettrice, sentirla nostra consolatrice nelle varie vicende tristi della vita, sentire che lei ha accompagnato il suo figlio nella salita al Calvario ed è rimasta ai suoi piedi al momento in cui è stato posto in croce e accompagnerà il nostro sentire al suo nelle nostre vicissitudini. Per cui nelle nostre afflizioni, a vario titolo, ci è sorella e madre; non lontana dal nostro sentire, dal nostro gioire e dal nostro patire, quasi a coprire la nostra esistenza del mantello del suo amore di madre.  
Giovanni Paolo II, il cui motto era “Totus Tuus”, segno della sua totale dedizione e donazione a Maria, ha indossato sempre lo scapolare. L’ultimo da lui indossato è stato donato a una nostra parrocchia carmelitana di Roma. Reliquia preziosa che ci riporta al papa scomparso come un modello di vita per come indossare lo scapolare, l’abito di Maria.  Lei e lui ci richiamano alla nostra vocazione, alla santità, come si è espressa la vita  di Giovanni Paolo II. Una santità vissuta nell'esperienza materna di Maria su di lui, sulla sua vita, anche nei pericoli della sua vita, tanto da immettere il proiettile con cui fu sparato, nella corona della Madonna di Fatima.    Lei, il suo modello di vita in Cristo, ci porta a vivere la nostra identità di carmelitani.  Lo scapolare, che simbolicamente è l’abito di Maria di cui ci rivestiamo, apre a una ricchezza di espressioni di vita, di cui dobbiamo rendere grazie a Lei che ha voluto essere di noi sorella e madre. 


giovedì 13 luglio 2017

13 Luglio 2017 - Novena del Carmine


Novena a cura di P. Anastasio Francesco Filieri O Carm

SETTIMO GIORNO 

Il culto e la devozione a Maria


Il culto alla Madonna va inserito ed espresso, nel disegno di Dio Padre, nella partecipazione di Maria alla storia della salvezza, operata per noi da Cristo Gesù.  Maria è entrata nel contesto salvifico della Trinità: Dio Padre ha mandato l’angelo Gabriele per annunziarle che da lei sarebbe nato il Cristo Messia, lo Spirito Santo, come preannunziato dall'angelo, ha fecondato il suo grembo per dare alla luce il Messia, preannunziato dai profeti. Gesù, Verbo incarnato nel grembo di Maria, è venuto ad abitare in mezzo a noi.  Tutta la Trinità ha pervaso la vita e l’opera di Maria: fecondata dallo Spirito Santo e generato il Cristo Gesù, ha avuto e nutrito nella sua carne la divinità. Questo è il grande mistero umano-divino, che deve portarci alla contemplazione dell’opera di Dio. “Per noi uomini e per la nostra salvezza si è incarnato nel seno della vergine Maria  si è fatto uomo”: è la nostra proclamazione di fede. La Parola di cui Maria si è detta serva del Signore, ha generato il Verbo Incarnato. Il mistero è quanto è nell'essenza di Dio, a noi soltanto rivelato, partecipato. Dio Padre si è servito di lei, come strumento della nostra salvezza, operata da Cristo Gesù: “Sono la serva del Signore, si compia in me secondo la tua Parola”. Strumento nelle mani di Dio è stata Maria, perché ha espresso per lui la sua totale disponibilità, pur essendo promessa sposa a Giuseppe: “Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente, … ha guardato l’umiltà della sua serva”. Questa la grandezza di Maria. Non di velarla con attributi, a volte senza senso. Come ci esorta lo stesso Concilio Vaticano II. Da questo dato teologico e salvifico nasce e deve svilupparsi ogni nostro vario tipo di rapporto, di culto e devozione a Maria, mentre noi siamo portati a ridurla alle nostre categorie umane, che non vanno demonizzate, ma neanche assolutizzate. Affronteremo tre momenti di riflessione su Maria: la liturgia, la devozione e la spiritualità mariana. La liturgia esprime il culto a Maria perché è azione sacra per eccellenza. Nel culto liturgico è inserita Maria nella storia della salvezza operata da Dio Padre, mediante Cristo salvatore, da lei generato. Questo il dato primario e imprescindibile nel nostro rapporto con Maria. Da qui il culto, la devozione e la spiritualità mariana. 

In modo sommo la liturgia celebra il culto a Maria nel periodo di avvento e natalizio: l’Immacolata concezione di Maria, preservata dalle conseguenze del peccato dei nostri progenitori e il suo parto verginale ha dato vita al Verbo Incarnato. Lontano dal periodo natalizio celebriamo, come conseguenza, la sua assunzione al cielo, in corpo e anima. Nel natale di Gesù celebriamo sommamente la madre, che lo ha generato, la cui festa è celebrata nell'ottava. L’epifania vede Maria accogliere i magi. Si manifesta così che Cristo Gesù è il salvatore non solo del popolo di Israele; ma di tutte le genti. Vengono dall'oriente per adorarlo. E Maria, come per i pastori, conservava tutto questo nel suo cuore. Una gioia vissuta in Dio Padre, che si è servita di Lei. Il sentire di Maria sia il nostro. Questo il modello di vita mariana. Quasi una triade tra Dio, Maria e noi. Solo così la devozione a Maria è immessa nel piano salvifico di Dio, su di noi e sull'umanità. Infine la presentazione al Tempio di Gesù, detta candelora: Gesù è luce per illuminare le genti è gloria di Israele, mentre lei, figlia del suo popolo, si sottopone al rito della purificazione dopo il parto, secondo la legge, e fa circoncidere il Figlio primogenito. La devozione a Maria. La devozione è un fervore interiore, un’affettività spirituale verso la madre di Gesù e madre nostra. Il “totus tuus” di Giovanni Paolo secondo esprime molto bene questo sentimento. Lui non aveva più sua madre, l’ha sostituita con Maria. Nella totalità possiamo donarci solo alla divinità; ma il sentimento mariano finisce con l’essere umanamente più forte delle verità teologiche. Da cui però, come ci ammonisce il Concilio Vaticano II, non possiamo facilmente debordare. Ma da cui far scaturire il vero amore, il verso sentimento per Maria. L’esperienza devozionale verso Maria è consolatrice, lenisce le sofferenze, crea amore e sentimenti di dolcezza; senza sfociare nel sentimentalismo. Ha la sua radice evangelica nella condivisione di vita con il suo Figlio Gesù. Dalla nascita alla fuga in Egitto, fino ad averlo tra le braccia, deposto dalla croce, per configurare la pietà per antonomasia.   Forme devozionali sono: il rosario, l’angelus, devozioni che richiamano i misteri della vita di Gesù e della Madonna. Mese Mariano, pellegrinaggi mariani, immagini della Madonna ecc. 

L’Ave Maria, la preghiera per eccellenza a Maria, nella prima parte è presa dalle parole dell’angelo nell'annunciazione, e da Elisabetta visitata da Maria. Nella seconda parte un frate domenicano di Firenze, poi accolto e fatto proprio dalla chiesa, ha strutturato la parte terminale; mentre un certosino, in una evoluzione con i misteri della vita di Cristo, ha formulato la corona del rosario, la cui devozione ha trovato nei padri domenicani la sua diffusione. La preghiera liturgica mariana ha una sua dimensione cristologica, da cui non deve essere disgiunta alcuna nostra formulazione.  La spiritualità mariana. Non può non nascere dalle verità teologico-mariane espresse nella parte iniziale. Nel mistero, nell'opera di Cristo e di chi lo ha generato nasce la spiritualità mariana. Maria è colei che ha generato Gesù, è vissuta con lui in intimità a Nazaret, l’ha accompagnato durante tutto l’arco della vita fin sul calvario. E’ per noi carmelitani modello di vita in Cristo. Il rapporto di Maria con Gesù e quello di Gesù con Maria in un divino e umano sentire è il  fondamento della spiritualità mariana,  più ancora nella Parola, nel Verbo che si è fatto carne nel grembo della Vergine Maria. Intensità di sentire e di comunione umana e divina. Per Mariam ad Jesum. 
Il Ven. P. Michele di S. Agostino, carmelitano, ha scritto tutto un trattato, in cui evidenzia che l’amore verso Maria è un mezzo per portarci all'amore di Dio, sul suo esempio. Parla di vita mareiforme, vita vissuta nel’esemplarità di Mari, nella dimensione di divina intimità 


mercoledì 12 luglio 2017

12 Luglio 2017 - Novena del Carmine


Novena a cura di P. Anastasio Francesco Filieri O Carm


SESTO GIORNO 

Elia profeta modello di vita in Dio
 

Il Monte Carmelo e i carmelitani sono strettamente legati e collegati alla vita e allo spirito profetico di Elia. Il cui motto: “Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum”. Ardo di zelo per il Signore Dio. Esprime il rapporto vivo e operativo per il Signore suo Dio. Elia svolse la sua missione profetica per ricostruire l’alleanza di Dio con il suo popolo, distrutta dal re Acab, l’unto del Signore Dio in Israele. Più attento al potere temporale, che strumento nelle mani di Dio per promuovere l’alleanza con il suo popolo. Il re Acab contrasse matrimonio con Gezabele, figlia del potente re Assiro, che aveva introdotto in Israele il culto di Baal. Elia svolgeva la sua missione sul Monte Carmelo, riunendo attorno a se uomini di Dio, chiamati figli dei profeti. Tanto da essere identificati con loro quanti vivevano da eremiti, alla presenza di Dio, lungo i secoli. Non si può parlare di Elia senza identificarlo con la sua presenza, la sua missione esercitata sul Monte Carmelo. Direi allo stesso modo di Gesù , identificato come il Nazareno. Lo spirito profetico di Elia ha attraversato i secoli, tanto da avere seguaci, figli di profeti ed eremiti che attendevano all’esercizio di vita in Dio, nel vivere e operare, sul suo modello, alla presenza di Dio. I primi carmelitani erano eremiti, monaci, che vivevano presso le grotte e la fonte di Elia, seguendo le sue orme e il suo modello di vita: essere e operare alla presenza del Dio vivente. Nel libro dei re, che racconta la storia dei re di Israele e delle loro vicende religiose e politiche , la figura del profeta Elia irrompe improvvisamente, presentandosi avanti al re Acab e affermando in modo perentorio:”Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non vi sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io”. Elia era stato mandato da Dio per ricostruire l’alleanza interrotta dal re Acab, che avrebbe dovuto, come consacrato di Dio, governare il popolo di Dio, attendere alla fedeltà del patto con Javeh in uno con il popolo. 


Invece ha dato modo alla moglie Gezabele, sposata per interesse politico, di introdurre in Israele il culto di divinità straniere: il dio Baal. A questo culto di Baal, per compiacenza con Gezabele, si erano prostituiti uomini pii del Dio di Israele, da lei foraggiati. Elia aveva lottato perché Javeh rimanesse l’unico, vero Signore Dio di Israele e fosse conservata l’alleanza con il suo popolo. Ma subiva la persecuzione di Gezabele, e la vendetta del re. Si rifugiò presso il torrente Kerit. Questa esperienza diede modo di sentirsi alla presenza di Dio, di avere un contatto intimo con Dio. Visse intensamente quella dimensione contemplativa nel rapporto con Dio e nella fedeltà a Lui. Per il carmelitano è esemplarità e prioritaria esperienza, anche nell’attendere ad attività umane ed ecclesiali. Significa svolgerle nell’esperienza di essere in Dio, operando alla sua presenza, per il bene e il servizio al popolo. Questa esemplarità di vita in Dio di Elia si è protratta lungo i secoli e ha ispirato i carmelitani e quanti, lungo i secoli, si sono rivestiti del suo spirito, vivendo da eremiti sul Carmelo, presso la fonte di Elia. Fonte materialmente presente, ma anche segno ispirante eliano. Insicura la sua posizione nell’essere alle falde del Monte Carmelo, presso il torrente Kerit, ormai seccato. Sentendosi insicuro e perseguitato fuggì in terra pagana, a Sarepta di Sidone. Fu ospitato da una vedova pagana che aveva solo un pò di olio e di farina; l’avrebbe mangiato lei e suo figlio e poi sarebbero morti entrambi, come affermò dinanzi a Elia che le chiedeva di dargli da mangiare. Elia le fece trovare l’orcio pieno di olio e di farina. Poi riportò in vita il figlio morto. Gesù dirà che ai non israeliti,per mezzo di Elia, Dio ha compiuto miracoli, a favore dei pagani. Cessata la siccità Elia ritornò sul Monte Carmelo per una sfida contro i profeti di Baal. Fece erigere due altari con sopra la vittima. Loro avrebbero invocato Baal ed Elia Javeh. Pregarono con somme invocazioni e grida i profeti di Baal. Elia li derideva affermando che dovevano gridare ancora più forte. Forse Baal stava dormendo e non li ascoltava. Elia pregò:”Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Israele, oggi si sappia che tu solo sei Dio in Israele, sei Dio e converti il loro cuore”. Cadde il fuoco dal cielo e bruciò vittima e altare. Gli astanti gridarono:”Il Signore è Dio”. Elia fece trucidare i falsi profeti. 

La regina Gezabele cercò Elia per vendicarsi e ucciderlo. Elia scappò nel deserto e stanco chiese al Signore:”Ora basta Signore, prenditi la mia vita, non sono io migliore dei miei padri, sono rimasto solo io a difenderti”. Questo silenzio di Dio in Lui, questo vuoto e prostrazione è stato intravisto e raccontato dai mitici carmelitani come “la notte dei sensi”. Il Signore lo confortò con il pane portato dall’angelo. Proseguì il cammino fino al Monte di Dio l’Oreb. Qui Dio si manifestò, non nel turbine impetuoso di un vento o nel terremoto, ma in una brezza leggera. In questa esperienza i carmelitani hanno intravisto la dimensione contemplativa del rapporto con Dio:”Che fai qui”? Chiese il Signore, ed Elia:”Sono pieno di zelo per il Signore Dio degli eserciti”.Queste ultime parole sono nello stemma carmelitano, per ricordarci di vivere lo spirito di Elia, essere alla sua presenza e lottare per la fedeltà a Dio. Dice la scrittura che Elia bruciava come una fiamma per il Signore Dio. Elia è anche uno che ha combattuto per la giustizia e per il bene del popolo, sia venendo incontro alla vedova pagana, segno della dimensione universale del popolo di Dio, sia non permettendo che Gezabele facesse rinnegare al popolo la fede nel Dio di Israele. Soprattutto ha difeso Nabot contro il re Acab che voleva sottrargli l’eredità dei suoi padri: la terra che possedeva presso la reggia. Acab lo mandò in battaglia, lo fece uccidere e si impossessò del terreno per ingrandire la reggia. Elia andò a proclamargli la vendetta di Dio su di lui: ucciso l’innocente non avrebbe avuto vita sicura. Elia è stato l’uomo di Dio, l’uomo per il popolo di Dio, l’uomo posseduto dallo spirito di Dio. Tale esemplarità è tata l’eredità eliana dei carmelitani, cui rifarsi, anche oggi.   


martedì 11 luglio 2017

11 Luglio 2017 - Novena del Carmine


Novena a cura di P. Anastasio Francesco Filieri O Carm

QUINTO GIORNO 

Maria nel cenacolo convoca fratelli e sorelle,
apostoli e discepoli 


I carmelitani, nell'erigere il primo monastero sul Monte Carmelo presso la fonte di Elia, si sono richiamati al cenacolo di Gerusalemme, mettendo al centro delle loro celle l’oratorio, così chiamandolo a modo del cenacolo. L’oratorio è stato il luogo del convenire dei frati, il luogo dello spezzare il pane, il luogo della preghiera comune, il luogo dell’ascolto della Parola, il luogo ove attorniarsi a Maria, chiamata Beata Vergine Maria del Monte Carmelo e Stella Maris. Infatti la lunga strada che si inerpica da Haifa al Monte Carmelo si chiama Via Stella Maris e la scritta è in latino, in ebraico e in arabo. Stella Maris perché dal Monte Carmelo è sottostante il mare mediterraneo e Maria è figura di faro, stella per i naviganti. Perché l’oratorio è stato il richiamo al Cenacolo? Per un duplice motivo. I carmelitani per il loro stile di vita si sono rifatti alla comunità primitiva di Gerusalemme, descritta nel capitolo secondo degli Atti degli Apostoli, ove erano un cuor solo e un’anima sola, erano assidui nella preghiera, nell'insegnamento degli apostoli e avevano tutto in comune, nell'attenzione ai bisogni di ciascuno ecc. ecc. 

Il secondo motivo è stato perché Maria, dopo l’ascensione di Gesù al cielo raccolse fratelli e sorelle, discepoli e apostoli nel cenacolo. Raccolti in preghiera nell'attesa della discesa dello Spirito Santo. Maria in quel contesto è stata la madre della chiesa. Lei ha raccolto attorno a se la chiesa nascente e in quei dieci giorni che hanno preceduto la pentecoste, si sono intrattenuti a parlare di Gesù, di quanto aveva loro lasciato in eredità e avrebbero trasmesso a tutte le genti, andando per il mondo a evangelizzare. Il primo grande quadro della Madonna del Carmine è nel Museo Nazionale di Cipro, prima comunità carmelitana in Europa, ove lei è raffigurata avente un grande mantello entro cui raccoglie i tanti figli e fratelli del Monte Carmelo. In Cipro fu eretto il primo monastero fuori dalla Palestina. I carmelitani che hanno edificato il monastero erano eremiti che vivevano alla presenza di Dio sul modello di Elia, erano pellegrini in Terra Santa, erano crociati che avevano deposto le armi. Si sono tutti ritrovati a vivere come fratelli attorno a Maria, costituita sorella e madre, a modo di come lei ha raccolto fratelli e sorelle, discepoli e apostoli, per essere un cuor solo e un’anima sola: la fraternità, carisma caratterizzante la vita nel Carmelo. Diversità armonizzate nella fraternità. Noi abitualmente stentiamo a entrare in sintonia con persone non umanamente compatibili, non aventi le nostre stesse radici, cultura, sensibilità e quant'altro. I carmelitani che si sono costituiti in fraternità venivano dal varie provenienze, avevano sensibilità ed esperienze diverse di vita e di cultura; ma si sono posti sotto il manto della Madonna e hanno voluto vivere come suoi figli e fratelli tra fratelli, sul modello di Cristo che si è fatto fratello tra fratelli, incarnandosi nel seno di Maria, che lo ha generato. 

Questo ci dice che le differenze tra noi non sussistono più quando, per fede, sappiamo che da Dio, per mezzo di Gesù, siamo convocati e radunati per essere, comunità di comunione, chiesa, popolo di Dio, un cuor solo e un’anima sola nella macerazione dell’io. Se ci atteniamo solo agli elementi umani notiamo le varie differenze che ci contraddistinguono, e magari ci contrappongono; ma se abbiamo uno scatto di fede, superiamo le differenze e ci conformiamo alla spirito di Cristo, allo spirito del vangelo per essere un cuor solo, in nome di Gesù e di Maria. Allora possiamo cantare tutti insieme: “Ci ha riuniti tutti insieme Cristo amor, godiamo ed esultiamo nel Signore”. Pensiamo come hanno trascorso quei cinquanta giorni i fratelli e le sorelle, i discepoli e gli apostoli convocati da Maria nel cenacolo. 
Ella è stata costituita madre di tutti noi quando Cristo Gesù crocifisso, con ai suoi piedi Maria e Giovanni, ha detto a Giovanni: “Ecco tua madre” e alla madre:”Ecco tuo figlio”. In Giovanni ci eravamo tutti noi, cui ci è affidata Maria come madre. Maria ha assunto questo ruolo di madre della chiesa affidatole da Cristo Gesù, e in questa veste ha convocato la chiesa nascente, perché avesse il suo sigillo con la discesa dello Spirito Santo, dopo averlo interrottamente pregato per avviare l’opera di evangelizzazione delle genti. 
Nello stesso tempo possiamo solo immaginare cosa Maria, nel cenacolo con i suoi, ha potuto comunicare del suo Figlio e cosa gli apostoli hanno condiviso con lei. Una conoscenza ed esperienza comune di vita con Cristo e in Cristo. 

Il modello di tante diversità riunite, in un cuor solo e un’anima sola, deve essere sempre presente nei nostri organismi ecclesiali e carmelitani in pericolare, Terz'Ordine come Confraternita, gruppi parrocchiali come comunità parrocchiale. Siamo sempre convocati da Maria per mezzo di Cristo Gesù e invitati a non far rilevare le differenze che ci distinguono e potrebbero contrapporci, quanto ciò che per fede e vocazione di vita nel Carmelo ci unisce. E sarà nostra pace. Quella pace, come afferma l’apostolo Paolo, nostro maestro e modello, proclamato tale nella nostra regola di vita carmelitana, “che sorpassa l’umano sentire, poiché ad essa siamo stati chiamati”. Maria ci è posta, nella esperienza di vita e spiritualità carmelitana, come modello di vita in Cristo. Nelle varie circostanze ed esperienze di vita a Lei e all’annuncio del vangelo del regno, proclamato da Cristo Gesù, dobbiamo riferirci. Il sentimento di amore filiale verso di Lei non snaturi il ruolo che Lei ha avuto e ha nella chiesa, di cui è madre, e in ciascuno di noi, rifacendoci al suo vissuto con Gesù, alla loro condivisione e comunione con apostoli e discepoli, fratelli e sorelle, senza sdolcinare il nostro personale rapporto con Lei. L’affetto dei figli verso la madre si manifesta nel far propria l’esemplarità materna.